Di seguito viene riportato il finale proposto da Alessandra Casella, che ha permesso al pubblico di inventare l'inizio della storia. Tra gli incipit pervenuti, verranno selezionati quelli più validi ed originali, che saranno pubblicati nel libretto dedicato all'evento, distribuito in autunno in allegato alla rivista Kult - Mensile delle avanguardie creative.
...Quando si alzò dalla panchina era già tardi. Forse troppo. Le sue cosce erano solcate dal ferro delle traverse: una striscia rossa, una bianca, una rossa, come una divisa da carcerato, o la schiena di una fedifraga araba dopo la fustigazione. Se non altro i segni sulla pelle erano evidenti. In qualche modo si sentì consolata, giustificata. “Si vede”, pensò. “Almeno si vede”.
Lasciò vagare lo sguardo sulla piazza che non le apparteneva, ma a cui lei era appartenuta per ore, un elemento del paesaggio urbano come un altro. E ancora non riusciva a decidere. “Un segno, voglio un segno”. La voce le era uscita suo malgrado, un falsetto incongruo, sgraziato. Una donna che le passava accanto scartò di un passo, e derapò via da lei con l’andatura nervosa di un quadrupede spaventato. “Sono io che dovrei aver paura”, pensò lei – e d’un tratto si rese conto che no, non era paura quella che sentiva. Somigliava più a una rabbia vuota, o a un rimpianto vago.
La lettera fece un rumore strano, gigante. Si portò una mano alla tasca posteriore della gonna: era lì, metà dentro e metà fuori, come lei. Nero su bianco, anzi, grigio su bianco. Poi vide i suoi piedi che camminavano nell’indefinitezza che precede il tramonto, verso le vie piccole che partivano dalla piazza come pensieri nascosti, servette rapide a testa bassa che raccoglievano le ansie nelle pieghe delle gonne, post scriptum aggiunti in fretta prima di chiudere la busta ai ripensamenti. “Un segno, solo un segno”. Ma i mattoni erano mattoni, le pietre pietre, la gente niente. Lei niente. Si fermò a un angolo, appoggiando una mano sul muro ancora caldo. E d’improvviso da una delle case uscì violento un odore denso di minestra, pesante di verdure e coltelli, che le arrivò addosso come un assalto. Rialzò la testa di scatto, e rimase a ingurgitare l’aria con un ansito animale, mentre una gioia irrequieta, sottile e devastante la invadeva e la spaccava e la ricomponeva. Le sue dita si strinsero sul muro come se volessero strapparne un pezzo, e lei subito seppe che sotto ci sarebbe stata argilla, e polvere, e casa, e vita. Sentì le linee del suo corpo che si ridefinivano, mentre lei diventava immensa, e la lettera schizzava via e si perdeva in alto, lontano, lasciando una scia luminosa e già finita. Quasi con tenerezza carezzò la carta che le spuntava dalla tasca, bianca e grigia e definitiva.
“Va bene, andiamo”, si disse. E avanzò di un passo.
Alessandra Casella
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